organizzata da
anim@, forum per l’animazione socioculturale nella svizzera Italiana
OSC Organizzazione sociopsichiatrica Cantonale, Mendrisio
in collaborazione con
Fondazione Diamante
SUPSI Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana
martedì 24 aprile 2012 dalle ore 8.30 alle 17.30
La Valletta – Casvegno
Mendrisio OSC
iscrizione gratuita!
Ospiti:
Luca Morici
docente SUPSI Dipartimento ambiente costruzioni e design, Responsabile
Servizi Laboratorio cultura visiva, docente e ricercatore
Fabrice Doyen
educatore équipe “Loisir et rencontre” del Centro La Pommeraie di
Ellignies-Sainte-Anne (Belgio) che organizza annualmente il Festival
Internazionale Pom’s d’Or per istituzioni sociali
Mattino
8.30 – 8.40
Accoglienza
8.40 – 9.00
Presentazione laboratorio video con visione filmati della
Fondazione Diamante
9.00 – 9.20
Presentazione laboratorio video con visione filmati della
Socioterapia OSC
9.20 – 9.40
Presentazione laboratorio video con visione filmati del Centro
Abitativo Ricreativo e di Lavoro (CARL), OSC
9.40 – 10.00
Pausa Caffé
10.00 – 12.00
Riflessioni e role playing con Luca Morici
Pomeriggio
13.00 – 15.00
Laboratorio video
15.00 – 16.00
Il Festival des Pom’s d’Or e le attività d’animazione
con Fabrice Doyen, Centre de la Pommeraie (Belgio)
16.00 – 17.30
Visione dei lavori del laboratorio video e conclusioni
Per altre informazioni e conferma della partipazione scrivere entro il 18 aprile 2012:
giovanna.ciano@ti.ch
Partecipanti: minimo 10 (operatori sociali, animatori, educatori, docenti e professionisti che lavorano in ambito socio-sanitario e culturale)
Forum video e animazione sociale

Il Forum per l’animazione socioculturale nella Svizzera italiana organizza un pomeriggio di incontro e discussione con la visione di alcuni cortometraggi video realizzati dai laboratori di istituzioni sociali.
Giovedì 17 novembre 2011
dalle ore 16.00 alle 19.00
presso il Palazzo A, SUPSI DSAS, a Manno
Ospiti: Danilo Catti, regista e Luca Morici, ricercatore e responsabile del Laboratorio di Cultura Visiva della SUPSI DACD
Programma
16.00 Presentazione della rivista anim@
16.20 Introduzione di Claudio Mustacchi, DSAS
16.45 Proiezione cortometraggi
17.45 Dibattito con Danilo Catti e Luca Morici
19.00 Aperitivo
Corso-laboratorio di FILM e VIDEO

Arcolaio – Piazza Aperta – tiKINO’
da venerdì 22 (dalle 19’00) a domenica 24 luglio 2011
nella piazza principale di Giubiasco per una sessione di 48 ore di ideazione, riprese e montaggio di cortometraggi, documentari e videoclip.
Potrai provare ad usare una telecamera, a realizzare un montaggio, potrai improvvisarti attore e regista oppure comporre le basi musicali per le colonne sonore. Non è necessario avere conoscenze specifiche, sono sufficienti entusiasmo e buone idee!
Informazioni pratiche:
Saranno organizzati i pasti, i partecipanti che si iscriveranno tramite Piazza Aperta sarà richiesta solo una piccola partecipazione per i pasti consumati in gruppo. I minorenni iscritti tramite Piazza Aperta dovranno consegnare un’autorizzazione firmata dai genitori per poter pernottare presso il laboratorio.
Domenica: proiezione!
La domenica sera alle 21’30 in piazza poi, tutti i lavori realizzati verranno proiettati su grande schermo. Invita amici e parenti, la proiezione è naturalmente gratuita.
Iscriviti!
Se vuoi partecipare ti consigliamo di iscriverti chiedendo informazioni agli operatori di Piazza Aperta, o se vuoi soltanto curiosare… passa in Piazza, è aperta!
Presentato dalla Commissione di etica deontologica il nuovo Codice deontologico del lavoro sociale in Svizzera. Un argomentario per la pratica dei professionisti e delle professioniste del lavoro sociale.
Il documento presentato è il risultato di un lavoro durato circa tre anni. È stato condotto da un gruppo di esperti, membri della Commissione di etica deontologica di AvenirSocial integrando le critiche costruttive rivolte al precedente codice deontologico. La traduzione in lingua italiana è stata realizzata da Mauro Martinelli e Fiorenzo Gianini.
Gli scopi del Codice
- Il codice deontologico di AvenirSocial definisce le linee di condotta che si applicano all’esercizio del lavoro sociale in una prospettiva etica.
- Il codice deontologico è uno strumento che fornisce un fondamento etico al lavoro con gli utenti e le utenti (per facilitare la lettura, utilizzeremo la forma maschile di «professionista»), che possono essere particolarmente vulnerabili o sfavoriti/e. Il termine utente comprende sia le persone singole, sia le famiglie, i gruppi e le comunità.
- Il codice deontologico serve a orientare lo sviluppo di un comportamento professionale fondato su principi etici e costituisce uno strumento di aiuto e un punto di riferimento.
- Il codice deontologico favorisce il dibattito su questioni di etica e di deontologia tra i professionisti e le professioniste del lavoro sociale, da una parte, e le organizzazioni sociali, gli istituti di formazione di base e di formazione continua, le altre discipline, professioni e organizzazioni professionali, dall’altra.
- Il codice deontologico rafforza l’identità professionale e la comprensione di sé dei professionisti del lavoro sociale. Ciò vale anche per le strutture e i servizi al cui interno si esercita il lavoro sociale.
- Dopo l’introduzione (parte I), il codice deontologico presenta i principi generali del lavoro sociale (parte II), i valori fondamentali del lavoro sociale (parte III) e i principi d’azione che ne conseguono (parte IV). Il documento si conclude con le osservazioni finali (parte V).
I destinatari del Codice
Il codice deontologico si rivolge alle persone e ai gruppi seguenti:
- i professionisti del lavoro sociale e le loro organizzazioni professionali
- le strutture e i servizi al cui interno operano i professionisti del lavoro sociale
- gli istituti di formazione del settore sociale
- gli specialisti di altre professioni e discipline con i quali cooperano i professionisti del lavoro sociale
- alla comunità, al cui interno i professionisti del lavoro sociale svolgono i loro compiti
Cosa accomuna una rigida docente, una giovane ragazza ribelle e una signora delle pulizie di una certa età? Dietro apparenti atteggiamenti diversi e unici si smascherano sogni, progetti e desideri simili che assemblati in un unico quadro inventano un mosaico di colori e di sfumature nuove che danno vita ad un linguaggio comune. In questo insieme ancora da definire, lo spettacolo si sofferma sulle emozioni nascoste e le molteplici difficoltà a cui porre rimedio con proposte di domande e denunce reciproche.
“…c’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi coi nostri mondi in testa…” (99 POSSE)
CENTRO BREGA Via Polar Breganzona
venerdì 17 giugno · 17.00 - 18.00
Nuovo spettacolo del Teatro MO.LO
Contatti:
info@teatromolo.ch
076/303 03 50
Invecchiando continuo a imparare
Invecchiando continuo a imparare. Solone ripeteva spesso questo verso nella sua vecchiaia.
Rousseau trae spunto da questo verso per meditare sul senso della vecchiaia e ne “Le fantasticherie del passeggiatore solitario” “Terza passeggiata” scrive: “…La giovinezza è il tempo per studiare la saggezza; la vecchiaia è il tempo di metterla in pratica. L’esperienza insegna sempre, lo confesso; ma dà profitto soltanto nello spazio di tempo che ci rimane davanti. Vale la pena imparare a vivere nel momento in cui si deve morire?”…
La lettura di questo testo mi ha convinto di proporre un progetto di counseling filosofico nei gruppi di animazione con persone residenti in casa anziani. Prima di descrivere lo svolgimento di questi incontri, credo sia importante definire il counseling filosofico.
L’ idea che la Filosofia possa essere d’ aiuto nei problemi dell’esistenza non è certo nuova. La Filosofia nasce dall’esigenza dell’uomo di rispondere alle domande fondamentali della vita, riconoscendosi, come dice Aristotele, attività teoretica “nata dal dolore e dalla meraviglia”. Presupposto fondamentale è quindi che la Filosofia, come strumento, metodo o conoscenza, possa avere una funzione di sostegno ed appoggio nei problemi che l’esistenza pone. La Filosofia, in questo contesto, non è quindi scienza esegetica bensì un modo di porsi di fronte all’uomo e, nello stesso tempo, un modo di porsi dell’uomo di fronte alle questioni del mondo. La Filosofia che qui interessa è soprattutto pratica, è esercizio di pensiero, è dedicarsi in prima persona alla ricerca filosofica; atteggiamento, non erudizione o elenco di citazioni. Nello stesso tempo non è (solo) attività teorica ed astratta, lontana dalla realtà, ma ricerca che nasce e vive nel mondo, nelle vicende reali ed attuali dell’individuo.
Filosofare è porsi nello spazio della domanda, esplorare, ascoltare e ascoltarsi. Fare Filosofia significa interrogarsi, rimettere in questione le risposte troppo note, provare a guardare da una diversa prospettiva a ciò che si fa, a ciò che si è e a ciò che si dice. Le domande filosofiche consentono di esplorare gli assunti taciti che orientano le nostre azioni, aprendo spazi di riflessione.
Il counseling filosofico rappresenta un particolare tipo di counseling che utilizza le conoscenze ed i metodi della Filosofia.
Il counseling filosofico è una relazione d’aiuto in cui vengono facilitati, attraverso strumenti filosofici, processi decisionali e chiarificatori in grado di risolvere e rispondere a domande e problemi dell’esistenza. Il counselor agisce utilizzando le personali risorse del consultante che vengono stimolate e condotte attraverso una metodologia di lavoro di tipo filosofico e relazionale. Grande importanza viene data al rapporto interpersonale, momento fondamentale, nella relazione d’aiuto come occasione di fare filosofia. È nel e dal rapporto che si sviluppa il discorso filosofico, che risulta perciò ben finalizzato e concreto. È nel e dal problema reale che nasce la riflessione filosofica. Non quindi una filosofia fine a se stessa, che si risolve nella pratica astratta e lontana dalla realtà, bensì un modo di porsi, un atteggiamento filosofico che consente di agire e di intervenire sulle questioni della vita.
La prima esperienza di counseling filosofico con gruppi di persone residenti in casa anziani è iniziata e continua, da circa due anni, al Centro La Piazzetta, Lugano, grazie alla sensibilità della Signora Giovanna Balmelli, animatrice, che ha colto il senso del progetto. Oggi anche altre realtà come la Residenza al Castagneto e La Meridiana hanno voluto inserire nel loro programma di animazione il counseling filosofico.
Gli incontri si svolgono una o due volte al mese, in orari pomeridiani. L’animatrice della residenza è sempre presente. Il locale dell’animazione solitamente è il luogo di questi incontri. Il numero dei partecipanti varia da dieci a venticinque persone. Ogni incontro dura mediamente un’ora e mezza.
L’obiettivo è di far dialogare le persone, che partecipano, su argomenti da loro proposti e quindi di loro interesse. Il contributo filosofico rappresenta lo stimolo affinché ogni partecipante possa utilizzarlo come riferimento alla sua esperienza di vita vissuta e quindi a sua volta confrontarsi con quando detto dagli altri.
Far emergere, in senso socratico, il pensiero di ogni partecipante contribuisce alla narrazione della propria esperienza e quindi la possibilità di condividere con glia altri non solo il proprio pensiero ma anche le emozioni ad esso legate.
Quanto accade nel gruppo sicuramente sarà utile per continuare, in altri momenti, la discussione con l’animatrice o con gli altri residenti e magari anche con i curanti.
Forse troppe volte si pensa che gli anziani, nel loro silenzio, hanno poca voglia di scoprirsi, di meravigliarsi e di essere ancora curiosi.
Gli argomenti proposti dal gruppo sono diversi, per fare alcuni esempi abbiamo discusso del senso della vita, del significato del matrimonio, del significato della sofferenza, della felicità, del sesso, della morte, dell’abbandono, della ricchezza, del senso e significato del viaggio o del viaggiare, del concetto di mondo, del concetto di dono, del tempo, della bellezza, ecc…
In ogni incontro scopro che Solone aveva ragione perché l’amore per il sapere è sempre presente e sicuramente non condizionato dall’età.
di Marco Galli
Ufficio delle famiglie e dei giovani
“Il loro cuore è altrove: ma non ricordano dove”
Paul Goodman, La gioventù assurda
Il tema della definizione di politiche giovanili al passo coi tempi passa anche da una ridefinizione dell’animazione socioculturale, quale elemento portante di attivazione e coinvolgimento delle risorse giovanili nella progettazione e organizzazione di attività. Oltre alle politiche di protezione dei minorenni (nel rispetto dei fondamenti costituzionali) e di partecipazione dei giovani alla vita collettiva (p.es. attraverso la promozione di consigli e forum giovanili), va sottolineata, da circa un ventennio, la politica a favore dei giovani che è stata riconosciuta in particolare attraverso la legge giovani e che viene svolta a livello locale da numerose realtà comunali, associazionistiche e gruppali. Una politica che in 12 anni d’esistenza della legge ha permesso di promuovere la nascita e il consolidamento di 15 centri d’attività giovanili e il sostegno informativo e economico di numerose iniziative autoprodotte dai giovani stessi.
Di fatto, possiamo parlare di una politica di vera e propria promozione della gioventù così come indicato nella “Strategia per una politica svizzera dell’infanzia e della gioventù” presentata alla stampa il recente 2 settembre 2008. Protezione, partecipazione e promozione della gioventù vanno considerati allora i tre fondamenti interconnessi delle attuali politiche giovanili
Quale significato può rivestire l’animazione in una società individualizzata e prettamente auto-referenziale come quella attuale, così come ci viene presentata nelle opere – imprescindibili – di Z.Bauman o U.Beck? Deve l’animazione adattarsi alle nuove forme di non-socializzazione o piuttosto promuovere un modello di socializzazione che può non trovare più pieno riscontro negli odierni stili di vita? Forse allora il senso dell’animazione può essere proprio quello di antidoto e di enzima culturale, volto a scommettere nuovamente sulle risorse positive, sociali e affettive che contraddistinguono l’individuo non come una semplice somma di competenze, ma piuttosto come una persona a parte intiera, inserita in un contesto sociale a misura d’uomo tutto da reinventare.
A livello concettuale si tratta di elaborare e affermare politicamente la definizione di un modello di animazione socioculturale attuale, pluralista, orientato sulla condivisione di quelle che vengono definite le “buone pratiche” e volto a cogliere e soddisfare i bisogni emergenti dei giovani, ciò che probabilmente potrà significare una maggiore acutezza di pratiche, ma anche maggiori apertura e trasversalità delle politiche giovanili in senso lato. Mentre a livello operativo, si tratta di individuare nuove forme di animazione, che lavorino sulla costruzione e il rafforzamento di un senso di comunità, in primis generazionale, ma anche di connessione con le altre generazioni e gli altri ambiti sociali, aprendosi ad un vero discorso di condivisione di ipotesi di cittadinanza da sperimentare assieme. Pensiamo ad esempio ad animazioni itineranti che possano andare direttamente nei contesti giovanili, ad attività che sostengano e accompagnino la traduzione di esperienze creative in vero e proprio volontariato socioculturale o ad iniziative che, in un mercato del lavoro “imbottigliato” e spersonalizzante, possano rivestire un significato di formazione e inclusione sociale. L’utilizzo delle nuove tecnologie e aree di comunicazione è senz’altro necessario, ma deve essere indirizzato verso la creazione di reali occasioni di socializzazione e crescita inter-personale, prevenendo gli effetti perversi di una spettacolarizzazione non mediata di comportamenti prevaricanti.
Di fondamentale importanza è allora il ruolo degli animatori, che devono prendere piena coscienza della missione epocale a cui sono chiamati, attraverso il superamento dei vincoli di un’animazione episodica e frammentata, e verso il raggiungimento di un’animazione pienamente condivisa, orientata alla narrazione, alla progettazione, alla riappropriazione degli spazi (urbani e non), alla commistione con il territorio e alla sperimentazione di sentimenti di realizzazione individuale e collettiva.
È un percorso di cui le due Carte delle politiche giovanili, quella più strategica e programmatica del 2005 e quella più strumentale di recente pubblicazione (www.ti.ch/infogiovani), costituiscono fondamentali punti di riferimento, a cui l’ente pubblico può garantire il necessario supporto, ma i cui principali protagonisti sono chiamati ad essere, con le loro professionalità e implicazione umana, gli stessi animatori, facendo dell’attività socio-culturale una vera e propria molla di cambiamento e di costruzione di quel tempo in cui la gioventù potrà nuovamente essere considerata una tappa necessaria e naturale della vita e non un parte separata della società.
Intervista a due animatrici
L’intervista con Alice e Nadia, oltre ad essere un’appendice al mio lavoro di Diploma per il Corso di animazione SUPSI, è una breve riflessione sulle attività socioculturali in ambito giovanile.
Cosa è per voi l’animazione ?
Alice: L’animazione agisce attraverso il gruppo, poiché vi è animazione se vi è un gruppo, che può permettere lo scambio, l’incontro, ed è importante che tutti possano far parte del gruppo. Il gruppo deve accogliere tutti rendendo attore ciascun partecipante, per acquisire un senso di appartenenza e facendoli confrontare tra di loro. L’animazione aiuta anche ad arricchire le conoscenze attraverso le attività o anche semplicemente attraverso degli spazi d’incontro, aiuta ad apprendere delle cose che non si sapevano prima.
L’animazione, inoltre, è ascoltare, sostenere e sperimentare ed offrire un punto di riferimento attraverso l’animatore consapevole e responsabile di ciò che sta facendo. Inoltre l’animatore da voce, permette di esprimere all’altro ciò che sente.
Nadia: Condivido ciò che ha detto Alice ed aggiungo che secondo me l’animazione è scambio e incontro. Un incontro non fine a se stesso ma per incontrare se stessi e gli altri; per arricchirsi di nuove conoscenze attraverso nuove esperienze grazie anche a delle attività, che sono un pretesto, per costruirci attorno delle relazioni attivandole, aprendo un mondo, che prima poteva apparire invisibile, attraverso la partecipazione ad un’attività si può svelare un altro mondo interessante e sconosciuto.
Cosa significa ”animare” un Centro Giovani ?
Alice: Per me personalmente animare significa divertirmi utilizzare il mio tempo di lavoro a favore del tempo libero degli altri, fare quello che ho sempre sognato di fare credendo nel gruppo, nelle persone con cui si lavora senza arrendersi mai. Quindi cercare sempre di tenere alta l’energia per sperimentare, avendo in chiaro ciò che si vuol fare di attività, ma anche rimanere aperti su ciò che ci succede intorno. L’animazione, mi permette di mostrare e dimostrare le mie capacità, posso capire me stessa anche attraverso il lavoro che faccio.
Io spesso mi chiedo quante attività faccio per loro o per dimostrare all’istituzione che si fa qualcosa al Centro. Spesso non si può dimostrare ciò che sono i miglioramenti delle persone che frequentano, li vedi crescere giocando a ping pong o seduti al computer ma come puoi giustificare un lavoro come questo ?? la risposta che mi do è di continuare a proporre delle attività che possono essere interessanti e vicine soprattutto ai loro interessi. A volte è frustrante dover giustificare agli altri, anche ai familiari per esempio, il proprio lavoro, soprattutto proponendo attività consigliate che poi non hanno un riscontro su chi frequenta.
Nadia: Per me l’obiettivo lavorando con i ragazzi non mi è sempre così chiaro, poiché vi sono spesso dei cambiamenti e discontinuità da parte loro, e per me l’animazione è anche una sfida nella quale trovare delle strategie per arrivare agli obiettivi che mi sono prefissata cercando di aggirare le difficoltà; tutto ciò è stimolante poiché ti permette di cercare e trovare nuove soluzioni ma anche faticoso, soprattutto se si lavora da sole e non si è sostenute. L’animatore è spesso in equilibrio tra questa frontiera della conoscenza, tra la voglia di conoscere e la voglia di farsi riconoscere.
Quali sono i rapporti con le istituzioni e le autorità, il lavoro di animazione è riconosciuto?
Alice: Non do molto peso all’istituzione che mi sostiene a livello finanziario, ma senza di essa non saprei come potrebbe funzionare l’organizzazione del Centro, perché la parte economica è importante e in questo vi è anche un riconoscimento del lavoro che si fa come animatore; in ogni caso gli stimoli maggiori arrivano dai giovani che frequentano il Centro, preferisco un sorriso da un ragazzo del Centro piuttosto che un “stai andando bene” dai miei superiori.
Nadia: Se però non ci fosse l’istituzione sarebbe difficile raggiungere il sorriso del ragazzo ed anche in questo senso è una sfida che rende il tutto interessante ma anche difficile, gli equilibri ci devono essere anche tra l’istituzione e i ragazzi che frequentano il Centro. L’animatore media in fondo tra ciò che è il mandato dell’istituzione e i bisogni dei ragazzi attraverso anche se stesso secondo le proprie capacità e cercando un riconoscimento da entrambe le parti.
Collaborate con altri Centri o altre istituzioni ?
Nadia: Aver la possibilità di aver scambi una volta al mese con gli altri Centri del Ticino, mi da forza e conferme in ciò che faccio, rendendomi più sicura sul posto di lavoro e mi da modo di condividere anche gli insuccessi trasformandoli nel gruppo di rete in esperienze costruttive. Negli incontri di rete con gli altri animatori dei Centri Giovani e nell’associazione Giovanimazione riesco a valorizzare al meglio il mio lavoro senza dover dimostrare nulla.
Alice: In Ticino non vi è ancora un concetto chiaro e definito di animazione, lo stiamo costruendo attraverso gli incontri di rete, la formazione e soprattutto attraverso le persone che ci lavorano con molta volontà ed impegno. Credo che vi siano buone prospettive di miglioramento anche prendendo spunto dalle vecchie esperienze anche fuori dal Ticino, soprattutto se si lavorerà in gruppo, cooperando e unendosi sempre più dall’interno avvicinandosi alla popolazione. Credo che il futuro possano essere i Centri Culturali polivalenti dove ci si possa ritrovare senza differenze di età, di sesso, di cultura per esempio.
Come vedete il futuro dell’animazione ?
Nadia: I Centri Socioculturali potrebbero essere spazi dove esprimere le diversità a più livelli senza un coinvolgimento politico, puntando veramente sulla qualità di vita sul benessere delle persone, ricreare spazi di parola per discutere dei problemi e trovare delle soluzioni attraverso le discussioni, credo che l’animazione sia uno strumento che lavori appunto attraverso la parola e l’ascolto, costruendo dei ponti tra le persone.
Se l’animazione fosse un film, una canzone uno spettacolo teatrale o altro, cosa sarebbe?
Nadia: “Io non ho paura” un esempio di come non siamo più abituati a vedere con gli occhi di un bambino, riuscire a volte a cambiare il proprio punto di vista può arricchirci.
Alice: Un libro: “Il gabbiano Jonathan Livingstone” personaggio che caparbiamente arriva ad essere libero.
![]()
Nadia Klemm, possiede una licenza in Scienze sociali ottenuta presso l’Università di Losanna. Dal 2006 lavora come animatrice al Centro Giovanile di Losone. Fa parte del comitato di Giovanimazione, l’associazione degli animatori socio-culturali in ambito giovanile della Svizzera italiana; da qualche anno partecipa alle attività teatrali e al comitato dell’Associazione Giullari di Gulliver.
Alice Capretti, 28 anni, abito a Ludiano, in valle di Blenio. Diplomata all’Istituto di pedagogia Curativa dell’Università di Friborgo e da 3 anni lavora come animatrice al C’entro giovani di Dongio. Collabora da tempo con l’associazione Giullari di Gulliver, di cui ora è segretaria, ha organizzato colonie per bambini e adolescenti e ha partecipato a vari progetti teatrali. Fa parte del comitato di Giovanimazione (presidente per quest’anno) e partecipa alle animazioni nelle scuole con l’associazione “Parlatevi con noi” e a quelle per bambini con la “Lanterna Magica”.
Claudio Mustacchi. L’anima socioculturale
Al termine del corso per il certificato di studi avanzati in animazione dei processi creativi nel lavoro sociale, mi è stata chiesta una breve riflessione sull’animazione. Il corso si è concluso positivamente, non credo opportuno soffermarmi ora su questa bella esperienza, che ha cercato di rispondere a un bisogno di formazione che si va consolidando nel territorio della Svizzera Italiana.
Non è la prima volta che la Supsi si cimenta con successo nella formazione dell’animazione, visti i risultati siamo certi che non sarà l’ultima; dato anche il fatto che il panorama formativo universitario in questo settore è particolarmente avaro.
Un noto e apprezzato riferimento degli animatori ticinesi sono le esperienze di formazione triennale a Losanna e Ginevra, non proprio sotto casa. Nonostante la sua tradizione professionale, la vicina Italia non ha un riconoscibile percorso di laurea di primo livello, la formazione nel campo socioculturale appare in qualche ordito delle lauree educative e in rare proposte di postformazione. Sia Losanna, che Ginevra, come altre sedi elvetiche, intrecciano la formazione delle animatrici e degli animatori socioculturali con quella delle altre professionali sociali, scelta che orienta le strategie future della Supsi.
Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che l’appartenenza dell’animazione socioculturale al mondo del lavoro sociale non é un dato scontato. Lo ha anche ricordato Jean Claude Gillet, certamente uno dei più autorevoli studiosi europei sul tema, nelle prime lezioni del nostro corso. Ricondurre l’animazione socioculturale in buona parte al lavoro sociale, senza negare la possibilità di ulteriori contaminazioni, significa ampliare e rinnovare gli sguardi del lavoro sociale.
Concedetemi una breve digressione storica come esempio. Forse non molti sanno che lo spirito dell’animazione socioculturale trova anche origine nei proponimenti universalistici di tipo filantropico e pedagogico dell’illuminismo. Il filosofo Immanuel Kant sintetizzò nel termine di “pedagogia sociale” il concetto che l’opera educativa per l’evoluzione individuale, e conseguentemente di tutto il popolo e della nazione, non è responsabilità solo della famiglia e della scuola, ma pratica che riguarda tutta la società. In questa cornice la produzione artistica e quella culturale assunsero un ruolo di formazione umana centrale, come fu enfatizzato in un famoso saggio del poeta Schiller, “L’educazione estetica dell’uomo”. Questo spirito si rinnovò nel Romanticismo e produsse attenzione verso le forme di cultura popolare, le fiabe, i riti, la musica regionale, l’arte povera e infantile. Su quella spinta, che si intrecciò con il nascente spirito positivo, nacquero nel Nord Europa le “scuole superiori per il popolo” o le prime esperienze di pedagogia museale, dove la novità stette nel valorizzare in chiave educativa la produzione culturale e artistica locale e personale, nonché l’interesse verso la diffusione dei “nuovi media” (la fotografia, la radio, la registrazione sonora).
Più recentemente i movimenti sociali del Novecento individuarono nello strumento dell’educazione popolare diffusa nel territorio un mezzo di emancipazione e liberazione delle classi subalterne e degli emarginati. Il termine “animazione” nel nostro uso attuale trova origine nelle critiche della contestazione degli anni ’70, che misero in discussione i modelli paternalistici e autoritaristici con cui veniva interpretata l’educazione – del popolo, degli adulti, dei giovani – e introdussero metodi partecipativi, creativi, autodirettivi, in sintonia con le correnti culturali, artistiche e pedagogiche dell’epoca.
La lunga sequenza di terminologie professionali delle lingue non latine alle quali può trovarsi contigua la professione dell’animazione socioculturale, ci dà testimonianza delle varie sfaccettature e momenti di questa storia: Community Education, Community Art, Social Development, Group Work, Kulturpädagogik, Erlebnispädagogik, Gemeinwesenarbeit, Freizeit und Kulturarbeit, Jugendarbeit, Stadteilarbeit… Dentro questa storia l’animazione incontra le professioni educative, quelle dell’assistenza e della cura, si fa inevitabilmente “lavoro sociale”, manifesta però l’anima che le ha dato origine: una tensione vitale legata alla convinzione che la creatività, la cultura, la partecipazione siano strumenti preziosi per l’emancipazione personale e l’educazione della comunità sociale. Un’anima socioculturale preziosa, capace di contribuire positivamente alle sfide attuali del lavoro sociale.
Claudio Mustacchi
docente ricercatore supsi-dsas
Nel percorso di costruzione del progetto editoriale anim@ abbiamo incontrato e intervistato tre personaggi dell’animazione socioculturale in Ticino1: tre percorsi formativi, tre generazioni e tre storie diverse a confronto, in un campo in continua evoluzione. I loro percorsi sono lontani tra di loro anche se a volte si sono incrociati. Essi ci raccontano di come era l’allora Ospedale Neuropsichiatrico, di come sono cambiate le cose nel nostro Cantone, ad esempio rispetto ai giovani, ma anche cosa si sta progettando per il futuro. Noi le proponiamo così, uno sguardo retrospettivo, per vedere dove prende origine una parte di questa “pratica”; guardandoci intorno ora e osservare cosa sta succedendo, quali sono le sfide, il nuovo profilo di questo animatore; per poi tuffarci in un futuro forse non così lontano… dove progettare insieme una nuova società!
Apriamo questo percorso con la più giovane, Monya Abdel Aziz*: “Credo che ci sia molto da lavorare, soprattutto in Ticino, ma siamo fortunati perché possiamo appoggiarci sull’esperienza di altri paesi, in Europa ma anche in altri continenti, abbiamo una storia dietro di noi fatta di personaggi, di pensieri, di filosofie, di riflessioni e di pratiche, quindi dei percorsi ci sono già, a noi tocca prenderli in mano ed attualizzarli.”
Partendo da queste affermazioni, aiutati da Marco Galli** introduciamo l’argomento del PASSATO con un confronto e una riflessione sul presente: “L’animazione è nata negli anni settanta, periodo in cui ha avuto una spinta epocale da essere collante nella società e quasi congenita a quel tipo di società. Adesso, invece, la società è molto più individualistica, l’animazione ha la potenzialità di cercare di coinvolgere, di far partecipare le persone collettivamente a degli interessi particolari, attraverso dei settori della società o anche a livello di cittadinanza.”
Il tema del passato viene approfondito da Ettore Pellandini*** attraverso le sue origini formative, personali e professionali: “I primi animatori erano i preti nei paesi, io, per esempio, ho iniziato a fare teatro nell’oratorio, avevo tredici o quattordici anni. Il mio primo maestro d’animazione è stato Padre Callisto, lui era del ’33 ed io del ’35, ed abbiamo servito messa per parecchi anni insieme. Noi animatori abbiamo sostituito “con il nostro ruolo” quello che istituzionalmente era del prete, del parroco che aveva un obiettivo, portare le persone verso la chiesa. Per loro fare del teatro all’oratorio, giocare a pallone o accompagnare in montagna i ragazzi significava “portarli” all’interno della comunità. (…)
Il giorno che sono arrivato qui all’ospedale, il 7 gennaio del 1970, ricordo che mi hanno fatto la vestizione: una giacca a righe , un pantalone chiaro e come primo lavoro come animatore, che prima del mio arrivo non esisteva, mi hanno chiesto di staccare le bocce attaccate all’albero del Natale appena passato. L’animatore era definito in questi termini con una paga di 1250 franchi. (…) La prima riunione con i pazienti è stata fatta nei locali di ergoterapia adoperando i dischi. Una sera ho chiesto se qualcuno ne aveva da ascoltare, non avendo un giradischi ne ho chiesto uno al dottor Monasevic. Abbiamo iniziato così alla sera alle sette e mezza quando i reparti erano già chiusi, a quell’ora per gli infermieri voleva dire accompagnare i pazienti ad un orario fuori dal previsto, significava che il personale doveva essere disponibile, ma pochi lo erano, fatta eccezione per gli allievi infermieri che a volte erano coinvolti in queste nuove attività.
Il primo infermiere che ha lavorato con me è stato Franco Bernardi, l’ex Direttore del CARL ora in pensione, ed anche il primo ad essere stato con me a Le Borde. Facevamo l’attività degli “audiodischi” ma lasciavamo perplessi diverse persone ed in primis la Direzione. (…) Non esisteva la riunione medica, non esisteva la riunione degli infermieri, le visite ai pazienti e tra i medici erano alle otto del mattino ma molto semplici e veloci. Io avevo un paziente che faceva dei disegni e delle pitture esclusivamente sul legno compensato e disegnava delle guerre dove i personaggi erano piccolissimi. Una mattina ho fermato un medico ed ho chiesto di aiutarmi nel capire questo paziente attraverso i suoi disegni, ho chiesto cosa ne pensava di quelle pitture, quella mattina l’incontro durò due ore e mezza e da quel momento abbiamo cominciato a programmare incontri tutte le mattine, diventando uno spazio di riflessione allargata, di coordinamento del lavoro e di scambio di idee. In quel modo non ho fatto altro che svolgere la mia funzione di animatore perché ho portato qualcosa che provocava. L’animatore deve essere in grado di creare incontri, e ricordo una frase di Jean Oury che diceva che: ‘un operatore deve essere capace di inventare e reinventare uno spazio in cui l’altro, colui che è dall’altra parte, possa entrare e sentirsi accolto’, era importante inventare e coordinare uno spazio dove le persone sapevano dove mettere i piedi, sapendo che in quello spazio i confini erano semoventi.
(…) In ergoterapia c’erano almeno 40 – 45 persone in due stanze non molto grandi. Quando io sono arrivato all’ospedale i pazienti erano chiusi dentro nei reparti divisi per genere, le donne da una parte e gli uomini dall’altra. Io ho aperto le porte ed ho cominciato a far lavorare uomini con donne e viceversa mescolando il tutto. L’ergoterapia la chiamavo “il mio bunker” da cui partiva l’animazione e a volte mi capitava di non essere sicuro di ciò che facevo, e allora chiamavo in Francia, la clinica di La Borde (dove avevo imparato i concetti della psicoterapia istituzionale) per chiedere qualche consiglio a Jean Oury e a Felix Guattari.”
Grazie ad Ettore abbiamo rievocato storie di un tempo, non così lontano, dove la pratica dell’animazione voleva dire in primo luogo “ridare voce” a coloro che sino ad allora erano considerati “interdetti”, incapaci, ormai privi di diritti, “senza voce”! Ed oggi, nel PRESENTE, qual è il significato di animazione? Marco Galli ci parla nella sua intervista del “lavorare sui legami e sulle relazioni con le persone, stando attenti non creare delle disuguaglianze e delle esclusioni; anche perché a volte all’animazione partecipano le persone già motivate con più risorse. Il lavoro dell’animatore sta proprio nel creare collante per dare la possibilità di partecipazione anche a quelle fasce di popolazione che possono essere più emarginate, o marginali, e permettere loro d’avere un ruolo attivo. L’utilità che può avere l’animazione è quella di far crescere le persone, di aiutarle e di accompagnarle in uno sviluppo personale e sociale, come individui nel collettivo. Quando un’animazione riesce a mettere in armonia le due componenti si può pensare che sia riuscita. (…) Un altro aspetto è il lavoro sullo spazio, cioè creare il proprio spazio di animazione come un working progress, un cantiere che renda il luogo significativo, curandolo nei suoi diversi aspetti; il centro giovanile ad esempio diviene in quest’ottica un luogo dove l’animatore possa stimolare la creatività dei giovani in modo che lo sentano più loro e lo vivano con una certa identificazione propria, in modo da prevenire delle differenze. (…)
Penso che questi primi dieci anni della Legge Giovani sono serviti per far capire, soprattutto, che cosa è un Centro Giovanile; all’inizio degli anni novanta c’erano ancora molti stereotipi sui Centri che venivano visti come un ghetto, un covo di drogati o come un centro autogestito che in fondo non è. Riuscire invece, a fare il passo oltre sarebbe quello di far capire che l’animazione non è solo il Centro Giovanile, che per la sua evoluzione possa interessarsi ad altri Centri ed interagire sul proprio territorio. Creando animazioni itineranti e aprendosi, quindi facendo capire che l’importante per l’animazione è: andare a cercare le persone ed essere presenti dove c’è la gente, e non solo stare nel luogo istituito. Naturalmente questa sarà la nuova sfida del futuro per l’animazione: quella di uscire nel territorio, di interagire con le altre realtà locali.”
L’esperienza estiva di “QuattroRuote – spazio giovane itinerante”2 ci permette di approfondire questo tema. Monya Abdel Aziz racconta come progetti similipossano contribuire a creare relazioni intergenerazionali, far vivere uno spazio. In un posto ci hanno detto: ‘la piazza è un luogo di passaggio è sempre stata un luogo di passaggio, da quando ci siete voi ci si ferma’. Ed improvvisamente troviamo seduta al nostro tavolo una signora di settantadue anni con i nipotini che vanno all’asilo, che stanno giocando con un ragazzo di quindici anni. Mentre non poco distante nel prato, due ventiquattrenni giocano a volano ed il responsabile del Comune sopraggiunge per far due chiacchiere con un genitore, che non vedeva da molto, che conosce da quando i loro due figli andavano all’asilo, ma con cui non si era più incontrato, poiché i figli ormai sono diventati grandi. Poco distante un uomo sta facendo la sua corsa intorno al paese, si ferma a bere qualcosa e a chiedere cosa stiamo facendo nella piazza”.
Con la testimonianza di Monya entriamo nel FUTURO dell’animazione, che prosegue: “Forse l’animazione non va più vista in un’ottica di rivoluzione ma di evoluzione, un’evoluzione che mantenga precisi ideali, poiché se guardiamo quello che è oggi inteso come evoluzione troviamo un’evoluzione economica e di mercato, un’evoluzione della società globale. Penso che l’animazione deve domandarsi quali sono i suoi obiettivi e forse dovrebbe rimanere al servizio dell’evoluzione dell’essere umano come persona e come essere sociale, quindi come gruppo; in una crescita che deve lasciare spazio a valori come la solidarietà, la giustizia, la dignità, il valore dell’essere anziché dell’avere. Forse è proprio in questo modo che l’animazione può portare il suo contributo alla società.”
In questi incontri ci siamo resi conto che i concetti dell’animazione, quali: l’accoglienza, l’ascolto, la partecipazione alla vita politica e sociale, il diritto all’espressione e alla parola, sono sempre attuali. La nostra idea rimane comunque quella di continuare ad approfondirli e discuterne, coinvolgendo maggiormente chi opera nel settore (anche attraverso la rivista ed il blog), per mantenere viva “un’utopia”; quella di camminare verso una società migliore!
“Il furgoncino è un armadio gigante che si sposta, arriviamo nella piazza e prepariamo, quello che i professionisti chiamano il setting, mettendo un tavolo dei giochi, il cartello creato dai ragazzi che annuncia la nostra presenza , posizioniamo la radio, abbiamo anche un frigorifero e aspettiamo, vediamo cosa succede, poi quando arriva qualcuno entriamo in azione, animazione è un gesto che cambia la piazza con l’esserci, magari a volte siamo noi a chiedere ‘ ma lei sa cosa succede qui ?’ e lasciare che qualcosa si sviluppi senza sapere dove va, e lasciare che prosegua.”
Abdel Aziz
“Essere animatore vuol dire, soprattutto, non avere la pretesa di conoscere i pazienti ma metterti con loro e ascoltarli. Inoltre il discorso di animazione è l’elaborare, il programmare ed effettuare una presa a carico delle persone, dello spazio che sta attorno a loro.”
Pellandini
“Le parole chiave dell’animazione penso che siano relazioni, cittadinanza, siano anche passare dall’idea al progetto.”
Galli
1) Le interviste compariranno integralmente sul blog.
2) QuattroRuote è un progetto d’animzione itinerante, si realizza grazie ad un furgone che, spostandosi nelle piazze di alcuni comuni della regione della Capriasca, propone una presenza volta a favorire l’incontro, lo scambio, e la crescita. Destinato inizialmente ai giovani, ha poi assunto un carattere intergenerazionale.
Ettore Pellandini ***
Attore e animatore socioculturale, formatosi al Piccolo Teatro di Milano sotto la guida di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, nel 1958, si reca in Francia dove incontra Jean Oury che gli propone di realizzare un atelier di attività espressivo-corporee presso la clinica La Borde. Doveva essere un’esperienza di sei mesi, furono dodici anni. Abbinare attività espressivo- corporee e psichiatria non era certo l’unico aspetto innovativo, creare un atelier teatrale a La Borde significava inserirlo e articolarlo all’interno delle diverse proposte promosse dal club terapeutico.
Marco Galli**
Sociologo, ha lavorato per anni quale responsabile dei servizi sociali della Città di Chiasso occupandosi, in particolare, di progetti di animazione socio-culturale (Festate.ch, Jazzfestivalchiasso.ch, Chiassoletteraria.ch, Biennaleimmagine.ch). Attualmente, è a capo dell’Uffficio cantonale per le famiglie e i giovani. Da alcuni anni scrive i testi originali per l’agenda scolastica ticinese. Se dovesse scegliere un luogo per vivere sarebbe una città bianca (Lisbona, Essaouira, Ostuni, Algeri o un’isola greca). Libro consigliato “Diario di Scuola” di Daniel Pennac. Rock the casbah!
Monya Abdel Aziz*
Di origine egiziana, in adolescenza si affaccia alla socialità durante l’occupazione a Casa Cinzia di Bellinzona, rimane affascinata da questo gruppo di associazionismo informale, e nel suo percorso formativo ha fatto parte del Comitato studentesco del Liceo di Bellinzona e di quello Cantonale del Movimento per il socialismo allora chiamato “Solidarietà”, di Attac Ticino; ha partecipato ai Campi della Quarta Internazionale e alle giornate autogestite del Liceo di Bellinzona. Un’altra esperienza importante, esempio di autonomia e partecipazione, avviene durante un viaggio in Messico nel Chiapas nelle comunità zapatiste “fonte di insegnamento fondamentale personale”. Attivista al Centro Sociale “il Molino” di Lugano “esperienza di crescita e di pratica sociale in un incontro tra creatività e fare politica”. Dopo un anno di Scienze Politiche si iscrive alla EESP di Losanna, filiera animazione sociocultutrale, ed elabora un lavoro di ricerca sulla creazione di un Centro Giovani a Giubiasco dove è nata. Animatrice nel 2007 del Centro Giovanile di Ponte Capriasca, promuove dall’estate, con Marco Molinari il progetto “QuattroRuote, spazio giovani itinerante”



